Questa società non mi era
ignota; nel primo soggiorno in Londra e in Parigi ne avevo sentito parlare;
avevo sentito dire che eran tutta una cosa con la setta degli Illuminati, e
durante i miei viaggi avevo approfondito queste conoscenze, leggendo qualche opera
intorno alle dottrine di Swedenborg che ne fu il predicatore.
Più tardi mi venne fra le
mani un libro: le costituzioni della massoneria, stampato a Londra nel 1723 da
William Hunteer, che mi invogliarono a conoscere più intimamente questa società
misteriosa, della quale nessuno sapeva i veri fini; ma che a me appariva come
la depositaria di qualche verità, non a tutti rivelabile.
La storia che se ne faceva
era veramente maravigliosa.
Risaliva ai tempi di
Salomone e alla fabbrica del Tempio di Gerusalemme. Da allora attraverso il
corso dei secoli, ricercata dai cristiani, la verità massonica si era trasmessa
intatta, come un sacro deposito fra gli iniziati. Nel Medio Evo essa aveva
avuto il suo splendore coi Cavalieri della Tavola Rotonda, con le corporazioni
dei fabbricatori delle cattedrali, coi cavalieri Templari.
Per tempi e società
diverse dunque si era potuta conservare intatta una verità, così alta e
divina, che non si poteva accedere senza una lunga iniziazione.
Io mi domandavo se per avventura
non avessi trovato in essa la spiegazione di quanto ancora in certi fenomeni di
divinazioni o d’altro mi accadeva.
La
loggia Speranza era al numero 369 della Royale Taverne. O’ Reilly mi
lasciò sull’uscio, dopo avermi date alcune indicazioni, e sparve.
Io picchiai a una porta,
che si dischiuse.
V’era dentro un così fitto
buio, che non si vedeva nulla; ma udii na
voce domandarmi chi fossi. Diedi il mio nome; e allora di fra le tenebre una mano mi prese per braccio e mi attirò; e la porta
si richiuse senza far rumore.
Io non vedevo nulla, la
mano che mi teneva mi guidò su per una scala: poi sentii che apriva una porta,
dove mi sentii spingere. La stessa voce disse:
- Aspettate lì fin che vi
si verrà a cercare.
Lì, dove? Io non vedevo
nulla; mi trovavo certamente in una stanza, ma non potevo dire dove fossero le
pareti; tutto era nero intorno a me, sopra di me, sotto di me: un nero
spaventevole e senza confini; del quale accresceva l’orrore un piccolo e fioco
lumicino posato sopra qualche cosa, che a poco a poco riconobbi per un
tavolino.
Dovetti stentare un poco,
prima di potermi abituare a quell’oscurità; ma poi cominciai a scorgere qualche cosa, tra il nero delle pareti:
dei teschi e delle tibie; e indi m’apparve sulla tavola, come se qualcuno ve
lo avesse deposto allora allora un vero teschio, con le occhiaie vuote e il
sogghigno beffardo.
Quella vista, quel nero,
il silenzio e la solitudine mettevano un senso di raccapriccio. L’aspettazione
diventava lunga, io provavo del fastidio, e cercavo di svagarmi pensando ad
altre cose, e guardandomi intorno, quando, nel voltarmi vidi corruscare dietro
di me qualche cosa che poteva essere una lama...
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